«Dalla Gioia del Vangelo alla Gioia della Famiglia: un percorso educativo da condividere». Il discorso inaugurale del Vescovo Melillo per il XXXV° Convegno Pastorale

«Dalla Gioia del Vangelo alla Gioia della Famiglia: un percorso educativo da condividere». Il discorso inaugurale del Vescovo Melillo per il  XXXV° Convegno Pastorale

Ariano Irpino, 22 agosto 2016

*Memoria della Beata Vergine Maria Regina

«Dalla Gioia del Vangelo alla Gioia della Famiglia: un percorso educativo da condividere»

XXXV° Convegno Pastorale - Ariano Irpino, 25 - 26 - 27 - 28 agosto 2016

          Amati fratelli e sorelle della Chiesa di Dio che è in Ariano Irpino – Lacedonia!

          Il cammino del popolo di Dio è un esodo permanente, animato dal desiderio di Dio che ci attira a sé. In questo esodo, a ciascuno di noi è rivolto l’interrogativo che Dio rivolse ad Adamo: «Dove sei?» (Gn 3, 9).

          Lo spiega bene Martin Buber, ne "Il cammino dell’uomo": «In ogni tempo Dio interpella ogni uomo: ‘Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo fin dove sei arrivato nel tuo mondo?’».[1]

          Il Convegno ecclesiale è l’occasione per tentare di dare una risposta sincera a questa domanda: «Chiesa di Ariano Irpino – Lacedonia, dove sei? A che punto sei? Che dici di te stessa?».  Certo, non ci lasceremo scoraggiare dalle risposte che scaturiranno da questo esame di coscienza: siamo consapevoli che è il Signore che fa tutto; «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 126).

          Quello che conta è che alla domanda di Dio, posta al singolare – «Dove sei?» –, noi siamo in grado di rispondere, spontaneamente, al plurale: «Siamo qui, Signore». “Siamo”: perché si cammina insieme, senza fughe in avanti o isolamenti, a volte anche attenti «al passo di chi cammina con me per non fare più lungo il mio», come insegna una bella preghiera scout. [2]

          Di questo ‘insieme’ ho fatto una straordinaria esperienza nei giorni trascorsi a Cracovia, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. La condivisione di momenti di fraternità e, soprattutto, il cammino con i giovani della Diocesi è stato il cuore di questa mia estate, ed è da questo cuore che mi sento e vi chiedo di ripartire. Sono grato sinceramente a tutti e a ciascuno dei ragazzi che mi ha fatto compagnia in quei giorni, ai sacerdoti che ne hanno curato con passione l’accompagnamento, e a tutti i parroci che hanno con cura preparato lo spirito.

          «Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre” – ha ricordato il Papa ai giovani –. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che  ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio».[3]

Il nostro è, insomma, un incontro per condividere la giovinezza perenne della Chiesa, la gioia del Vangelo e della famiglia, per un percorso educativo: abbiamo ben chiara la responsabilità della trasmissione della fede cristiana alle nuove generazioni. E’ la scommessa del futuro ecclesiale!

         

          La Misericordia, tema dell'anno santo, è la nostra cifra: non essere staticamente legati al mero esistente, sentirsi comunità fraterna in cammino, verso un futuro pastorale realisticamente possibile, con la pazienza di chi sa che il bene si diffonde, a volte, lentamente e sa apprezzare anche il poco che, via via, va crescendo e va ricevendo.

Gesù che parla in parabole ci offre il codice giusto per educare: «il testimone sembra l’ultimo maestro possibile in una società senza tradizione».[4]

La prima risorsa educativa è la testimonianza essa ha «un ruolo primario perché l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri lo fa perché sono anche testimoni della parola che annunciano e vivono».[5]

La trasmissione della fede è difficile, le nuove generazioni «in rottura di memoria» (Danièle Hervieu-Léger) fanno difficoltà ad accogliere quell’eredità di fede che per secoli ci ha contrassegnato. Se è vero che «cristiani lo si diventa, non lo si nasce»[6] . E’ altrettanto vero che fino a qualche tempo fa il tessuto familiare e sociale assicurava un certo cammino che portava a sentirsi cristiani. Oggi il panorama è mutato: dobbiamo interrogarci sul “come” della trasmissione della fede, sull’educazione alla fede. Sapendo come ci insegna il Vangelo che i figli non sono una proprietà della famiglia, ma hanno davanti il loro personale cammino di vita da incoraggiare.

 Papa Francesco ci suggerisce di assumere lo stile «del dialogo ...  che è molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo». [7]

Un educatore, nella relazione educativa, deve vivere e verificare continuamente lo stile che vorrebbe vedere realizzati nell’educando.

            Il cammino pastorale si ricentra partendo dal vissuto dell'esperienza, dalla Tradizione, con una spiritualità eucaristica che è antidoto all’individualismo e all’egoismo.        In questo modo si riscopre la gratuità, l’ opzione per i poveri, la centralità delle relazioni, a partire proprio dalla famiglia. E' questa l’anima di una comunità ecclesiale che supera divisioni e contrapposizioni.

           

            E' la via per restituire dignità ai giorni dell’uomo, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione.

Il compito della trasmissione della fede esige percorsi pastorali condivisi.Sapendo che «L’altra radice dell’emergenza educativa è nello scetticismo e nel relativismo o, con parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino umano. La prima fonte dovrebbe essere la natura, la seconda la Rivelazione».[8]

La quaestio fidei è la sfida pastorale: come «far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e testimoniarlo? A partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo?»[9]

            A Firenze il Papa ha chiesto di essere la Chiesa che si caratterizza per tre tratti: umiltà, disinteresse, beatitudine.

            Una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. Ed ha detto con forza: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti». [10]

Evitiamo, dunque, analisi e letture meramente sociologiche o, paradossalmente, idilliache della famiglia... La famiglia, «La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio Creatore e Salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio (cfr Gen 1,28; 9,7; 17,2-5.16; 28,3; 35,11; 48,3-4».

            In quest'orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta un’altra virtù ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: la tenerezza.[11]

            Siamo consapevoli che con l’indebolimento della fede e della pratica religiosa, si hanno effetti negativi sulle famiglie lasciate sole con le loro difficoltà.La crisi della coppia destabilizza la famiglia (separazioni e i divorzi), produce serie conseguenze sugli adulti, sui figli e sulla società, indebolendo la persona ed i legami sociali. Le crisi coniugali si affrontano «in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio. I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana».[12] Famiglie ferite con scarse tutele sociali. E' una condizione che deve vederci attenti, con una comunità capace di accompagnare e sostenere questo dolore.

            Tutto ciò parrebbe contraddire la realtà della beatitudine! Ma, il cristiano è un beato. Ha in sé la gioia del Vangelo! Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo possiamo arrivare alla felicità autentica. Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito... Nella parte più umile della nostra gente c’è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato e anche quella delle proprie miserie, che, tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile. [13]

            A noi vescovi e,di riflesso, a tutti i sacerdoti, il Papa a Firenze, ha chiesto di essere pastori. Niente di più: pastori - aiutati da un laicato che sia davvero adulto nella fede...- «Sia questa la vostra gioia: “Sono pastore”, ha affermato Papa Francesco. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi.  Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma, sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori.[14]

          Riprendiamo amici con rinnovato slancio il cammino insieme, con questa gioia che ci viene solo da un’intimità costante col Signore.

          Me ne convinco sempre più: se non vi è preghiera costante, faccia a faccia davanti al  Tabernacolo, finiremo per essere solo ossa inaridite, senza nervi e muscoli (cfr. Ez 37). Venga invece lo Spirito del Signore a rianimarci, a rimetterci «su strade mai sognate e nemmeno pensate».

      Sappiamo che è finito il tempo del mito dello sviluppo inarrestabile, è il tempo di globalizzazione, di mercati che la finanza ha eroso. Siamo in de-crescita; ma può essere una risorsa anche questa!  Camminiamo con coraggio per seminare la gioia del Vangelo!

          Vi benedico con affetto di padre, e vi chiedo di pregare e far pregare per le famiglie, i nostri sacerdoti, per le comunità, per i seminaristi, per Antonio e Nicola, che presto ordinerò diacono e presbitero. Questo nuovo evento di grazia sia per la diocesi seme di nuove e numerose vocazioni.

                                              

                                                                                                          Il vostro vescovo,

                                                                                                                  X Sergio


[1]M. Buber, Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1990, 18.

[2] Signore, insegnami la Route, da AGI, Quaderno di traccia, 1969.

[3] papa Francesco, Veglia di preghiera con i Giovani, Discorso del Santo Padre, Cracovia, 30 luglio 2016

[4] L. Goriup, Il rischio è bello. La sfida educativa tra ragione,  fede e testimonianza della verità, ESD, Bologna 2010, 52

[5]Evangelii Nuntiandi, 41

[6]Tertulliano, Apologetico 18,4.

[7]Evangelii Gaudium, 142. http://books.google.it/books/about/Viaggio_in_Italia.html?hl=it&id=CZgbGCu6ju4C

[8] Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010.

[9] Id., Omelia al Te Deum di ringraziamento, 31 dicembre 2011.

[10]Evangelii Gaudium, 49.

[11]Amoris Laetitia, 28.

[12]Amoris Laetitia,17.

[13] cfr. Papa Francesco,Discorso alla Chiesa Italiana, Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze 10 novembre 2015

[14] Idem

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