Omelia del pellegrinaggio all'Incoronata di Foggia

Omelia del pellegrinaggio all'Incoronata di Foggia
V DOMENICA DI PASQUA
PELLEGRINAGGIO AL SANTUARIO
DELL’INCORONATA DI FOGGIA
23 APRILE 2016

Cari fratelli e sorelle,
l’amore del Signore ci ha oggi radunati, insieme, intorno al suo altare. E ci ha radunati insieme sotto lo sguardo di Maria l'Incoronata, nostra Madre, in questo antico santuario, dal quale la Madre di Dio da più di un millennio sparge le sue grazie sul mondo – grazie di conversione, grazie di guarigione spirituale e fisica. Sono sicuro che nel cuore di ciascuno di noi, quest’oggi, vi è una particolare richiesta alla Madonna: è questo il momento per presentargliela, con fiducia, con amore di figli.

Anche il cuore del Vescovo ha tante grazie da chiedere alla Madonna, e vi chiedo di unirvi a me in questa preghiera: soprattutto penso alla grazia di famiglie belle e sante per la nostra Diocesi, e a quella di sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata: proprio la prima lettura ce ne parlava: «Costituirono... in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto». (cfr. At 14, 23).

Ma porto oggi nel cuore anche i nostri tanti giovani senza lavoro e senza orientamento gli ammalati gli anziani soli; le ferite nascoste dei cuori; le difficoltà di chi un pane quotidiano fa fatica a trovarlo. Tutto mettiamo oggi nel cuore della nostra Santissima Madre Incoronata, che è realmente «la tenda di Dio con gli uomini» (Ap 21, 4): in lei, infatti, Dio si è fatto uno di noi.

Ma soprattutto una grazia spirituale vogliamo chiederle oggi, per tutti i fedeli della Chiesa di Ariano Irpino – Lacedonia e per ciascuno di noi che qui oggi partecipa a questa Celebrazione. Chiediamo a Maria la grazia di saper custodire ed essere all’altezza del comandamento nuovo che il Signore ci ha lasciato nelle ultime ore della sua vita, come dono della sua tenerezza che «si espande su tutte le creature» (Sal 144), come sua più preziosa eredità, insieme al dono dell’Eucaristia e al dono della Sua Santissima Madre. Questi tre doni, scaturiti dal cuore del Maestro nelle sue ultime ore di vita, sono qui, oggi, tutti e tre presenti: celebriamo l’Eucaristia, partecipando al memoriale della Sua morte e resurrezione; lo facciamo uniti a Maria, Madre di Dio Incoronata; e lo facciamo insieme, uniti da mutui vincoli di fraternità e di sincera carità.

Quella che stiamo vivendo è dunque un’occasione di grazia, di cui approfittare per dire alla Vergine Maria: «Non ce ne andremo da qui, non ci staccheremo da te, fin quando non ci avrai insegnato ad amare come Gesù».

“Come Gesù”, fratelli e sorelle carissimi: dev’essere questo il nostro programma, il nostro piano d’azione, e infine il nostro parametro nel quotidiano esame di coscienza. E non è la Chiesa a dirci questo, ma è Cristo stesso; lo abbiamo ascoltato: «Come io ho amato voi» (Gv 13, 34).

In questo senso, il nostro esame di coscienza potrà modellarsi sul testo dell’Inno alla Carità che ci è donato da San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi; e lasciate pure che io vi consiglio il commento che a questo testo ci fa Papa Francesco, nel capitolo quarto della esortazione apostolica Amoris Laetitia. È un testo che meriterebbe un’attenta riflessione, quando ci si confronta con quel «come io vi ho amato» del comandamento di Gesù, ma che qui non posso riprendere per intero.

Mi piace, tuttavia, segnalare almeno tre caratteristiche di questo amore cristiano.
Si tratta anzitutto di un amore che «tutto scusa», ossia di un amore – spiega il Papa – che resiste alla tentazione di sparlare dei fratelli, di «soffermarsi a danneggiare l’immagine dell’altro» (Francesco, Amoris Laetitia 112).

Anche se ce ne fosse una oggettiva ragione, si deve «accettare con semplicità che tutti siamo una complessa combinazione di luci e ombre» (AL 113). «L’amore - conclude il Papa - convive con l’imperfezione, la scusa, e sa stare in silenzio davanti ai limiti della persona amata» (AL 113).

Secondo: ci è chiesto un amore che «tutto crede», cioè che «ha fiducia, lascia in libertà, rinuncia a controllare tutto, a possedere, a dominare» (AL 115).

Il Signore ci liberi dalle nostre meschine gelosie – e non mi riferisco necessariamente all’amore coniugale –, aprendoci a rapporti di sincerità ed onestà penso alle relazioni fraterne all'interno delle nostre comunità e del presbiterio.

Terzo: quello cristiano è un amore che «tutto spera», ovvero che si aspetta di tutto dall’Onnipotente, e che dunque sa attende con pazienza che la bellezza di chi ci è accanto sbocci secondo i suoi tempi, non i nostri. Si tratta cioè – con le parole del Papa – di credere «che forse Dio scriva diritto sulle righe storte di quella persona e tragga qualche bene dai mali che essa non riesce a superare in questa terra» (AL 116).

E, infine, è un amore che «tutto sopporta»: e non si tratta qui di una sopportazione rassegnata, colorita anche da un pizzico di vittimismo autocompiacente. Si tratta piuttosto di farsi carico, di prendere su di sé, su-portare, l’altro, come seppe fare il Buon Samaritano, il cui esempio ci sia di norma in questo Anno Santo della Misericordia.

Cari fratelli e sorelle, la Vergine Maria seppe amare così, ed è per questo che oggi la contempliamo incoronata di gloria incorruttibile, tra gli angeli e tra i santi. Chiediamole il dono di saper amare anche noi così, soprattutto nelle nostre relazioni familiari.

Mi piace ricordare che proprio da questo santuario, il 24 maggio 1987, San Giovanni Paolo II lanciò un forte appello alla famiglia, affinchè ritrovasse la propria identità cristiana, pur consapevole - aggiungeva Giovanni Paolo II - che «questo esige un grande spirito di sacrificio, di generosa disponibilità alla comprensione, al perdono, alla riconciliazione, impedendo che l’egoismo, il disaccordo e le tensioni si annidino nella comunità familiare» (San Giovanni Paolo II, Discorso alle famiglie, Santuario dell’Incoronata, Foggia, 24.5.1987).

Ma non c’è da scoraggiarci: andiamo a Maria. Don Orione, di cui questo Santuario conserva la memoria nella presenza della Piccola Opera della Divina Provvidenza, ebbe a scrivere una volta: «Vengo a lei per non perdermi, dopo esser passato tra profondità, frane, altezze, precipizi, montagne, uragani, abissi, oscurità di spirito, ombre nere» (DOLM 2164).

Veniamo anche noi a Lei, per non perderci, ed ella – dal trono che la devozione le ha costruito, come mille anni fa dalla quercia ove apparve – ci mostra la via: il Figlio Suo, «vita dei suoi fedeli, gloria degli umili, beatitudine dei giusti» (Colletta, mercoledì della IV settimana di Pasqua).

Amen!

† Sergio Melillo vescovo di Ariano Irpino - Lacedonia.
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