Omelia del XXV° Anniversario della morte di Mons. Pasquale Venezia

Omelia del XXV° Anniversario della morte di Mons. Pasquale Venezia
OMELIA
XXV° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MONS. PASQUALE VENEZIA
VESCOVO DI ARIANO IRPINO

CATTEDRALE 27 APRILE 2016

Cari fratelli e sorelle,
cari sacerdoti, diaconi, religiosi,
celebriamo l'eucarestia nel venticinquesimo della nascita al cielo di Mons. Pasquale Venezia, mio venerato predecessore, pastore della diocesi di Ariano negli anni della ricostruzione dal 1951 al 1967 e amministratore fino al 1972.
Vive la Sua memoria in benedizione e in noi per il lungo e fecondo ministero vissuto intensamente in Diocesi con le energie della giovinezza. Anch'io gli sono debitore, perchè mi avviò nel seminario di Avellino!
Il suo ministero si svolse nell'immediato dopoguerra, gli anni faticosi della ricostruzione carichi anche di lotte e asprezze ideologiche di cui si avverte una struggente nostalgia. Immersi come siamo in un tempo di rapporti liquidi ed interscambiabili!
Una stagione come di risveglio «della Chiesa nelle anime» (R. Guardini), in tempi «difficili», ma di speranza: alle trasformazioni di ordine sociale si accompagnarono le attese del rinnovamento della pastorale.

Paolo Vi così affermava nel 1964: «La Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa […] Deriva da questa illuminata […] coscienza uno spontaneo desiderio di confrontare l’immagine ideale della Chiesa, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua Sposa santa ed immacolata (Ef 5,27), e il volto reale, quale oggi la Chiesa presenta[…]Deriva perciò un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento..» (Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam (6 agosto 1964), 10: AAS 56 (1964), 611-612).
Uno stile da assumere nel nostro tempo senza radici: ossia l'esigenza di valorizzare l'umano in quanto spirituale.

Con intelligenza e paternità Venezia seppe accogliere il novum conciliare facendolo maturare nelle coscienze. In questa opera fu davvero zelante... e misericordioso. Illuminante è il suo motto: «Charitas vincit omnia». Infatti, pose nella carità, il suo non facile compito della ricostruzione delle comunità dopo la tragedia della guerra.

Mons. Venezia ascoltava con «carità», sapendo coniugare promozione umana ed evangelizzazione. Perchè il ministero pastorale deve trasmettere La gioia missionaria del Vangelo che riempie la vita.

Pertanto, la Chiesa non mai è uno spazio morto ma è sempre ravvivata dalla presenza del Signore. Una riforma ecclesiale necessaria per sentirci pastori, non animatori di comunità, testimoni di questa Presenza eucaristica che esige donazione e amore per gli ultimi. Proprio come il legame della vite ai tralci, in cui i tralci sono legati dalla forza viva del redentore.

Il Vangelo ci fatto ascoltare il testo di Giovanni: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto».

Certo, dobbiamo esercitarci nella potatura dolorosa dai quei legami che ci inaridiscono, dal peccato che ci fa sperimentare contrapposizioni laceranti.


 Per non essere piegato e travolto dalla tempesta, ognuno, come fa la vite con i tralci, dobbiamo stringerci in un abbraccio di carità. È la carità che ci unisce. «Se uno rimane nella carità, Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). Perciò anche il Signore dice: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può produrre frutto da solo, se non resta unito alla vite, così anche voi, se non rimanete in me».

La dimensione dell'annuncio è la nota dominate del ministero episcopale: Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cfr At 4,32).
Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro ... con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti. (cfr Ev Gaudium 31).
Sì, rimanere in Gesù è trarre la linfa che rinverdisce la vocazione al ministero! Queste espressioni del Signore mutuate dall'ambiente agreste, sono utili per costruire relazioni tra presbiteri e fedeli uniti all'unico Cristo verso il quale dobbiamo tendere. Chiediamo al Signore di volgere verso di Sè i nostri cuori e cosi stretti a Lui come tralci alla vite «alla Sua luce vedremo la luce»!
Ogni vescovo entrando nel misterioso e mirabile evento della successione apostolica, da una parte riceve in eredità un tesoro quale scriba sapiente dell'immagine evangelica dello «scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli simile ad un padrone di casa, che dal suo tesoro sa trarre cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Il tesoro è la grande corrente della Tradizione della Chiesa, che contiene le «cose antiche», ricevute e trasmesse da sempre, e permette di leggere le «cose nuove», in mezzo alla vita. Custodire la memoria di un vescovo ha il senso di dare alla vita un assetto consapevolmente ecclesiale.
E’ il compito del pastore, fare la carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone è la principale forza propulsiva del ministero.
L’amore per la Chiesa è una forza straordinaria, che spinge a impegnarci con generosità, è una forza che ha la sua origine in Dio. La gloria da rendere a Dio da cui tutto proviene sta proprio in questo: «che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
E il frutto è il clima che sinfonicamente dobbiamo edificare di verità e carità!
L'eredità di monsignor Venezia unitamente all'amore alla Chiesa, ai sacerdoti, al laicato, all'azione cattolica; è l'apostolato della Sofferenza scriveva nel suo testamento spirituale: «avrei lavorato per i sofferenti e la sofferenza». Un apostolato tra gli ammalati di cui fu il promotore con il Beato Luigi Novarese.

Una testimonianza che riassume nel suo testamento vergato a mano con la sua grafia minuta, dove non solo chiede la preghiera e si affida alla Vergine, ma ci consegna una testimonianza a noi e ai giovani della bellezza della vocazione al ministero sacerdotale: «una gioia profonda che è rimasta sempre dentro di me...: la mia vocazione... la Vergine Santa ha fatto diventare molto il poco».

Quel poco è diventato molto nella fioritura della nostra Chiesa! In questo momento, con parole non mie, mi sento di esprimere gratitudine a monsignor Venezia e il nostro affidamento al Signore perchè «Nessuna fuga dal tempo porta via con sé quello che io vivo. Quello che io vivo entra con me nella Presenza di Colui che mi ama: nulla è perduto, ma in Lui tutto si raccoglie. Non esiste la morte, se veramente esiste l'Amore». (Don Divo Barsotti).

Amen!

† Sergio Melillo
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