Omelia Giubileo delle Famiglie

Omelia Giubileo delle Famiglie
OMELIA
LACEDONIA
DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA
GIUBILEO DELLE FAMIGLIE
CONCATTEDRALE, 3 APRILE 2016

Cari Fratelli e Sorelle, Care Famiglie, Sacerdoti, Diaconi, Religiosi,
La risurrezione di Cristo che siamo chiamati a contemplare e quindi a vivere nelle nostre relazioni è il sigillo e la prova che Dio è fedele alle sue promesse e che il suo amore è per sempre, senza ripensamenti.
Il contenuto delle tre letture di oggi, Domenica della Divina Misericordia può essere considerato da diverse prospettive, ma tutte e tre le letture hanno al centro Gesù Cristo risorto e la fede in Lui.
La prima lettura ci narra che il numero di coloro che credevano nel Signore aumentava.
La seconda lettura è tratta dal primo capitolo dell’Apocalisse, dove san Giovanni narra la visione che egli ha avuto di Cristo risorto, il quale al tempo stesso che lo incoraggia a scrivere le cose che ha visto, proclama solennemente: Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiave della morte e degli inferi.
Il brano evangelico ci resoconta la toccante storia dell’atto di fede in Cristo risorto dell’apostolo san Tommaso. Un incontro tra il Cristo e l'umanità che dubita è che farà alla fine pronunciare allo stesso Tommaso la professione di fede cristologica più alta di tutto il vangelo: Mio Signore e Mio Dio! Tommaso era un testardo. Non aveva creduto. E ha trovato la fede proprio quando ha toccato le piaghe del Signore. Una fede che non è capace di mettersi nelle piaghe del Signore, non è fede! Una fede che non è capace di essere misericordiosa, come sono segno di misericordia le piaghe del Signore, non è fede: è idea, è ideologia. La nostra fede è incarnata ... Ma se noi vogliamo credere sul serio e avere la fede, dobbiamo avvicinarci e toccare quella piaga, accarezzare quella piaga e anche abbassare la testa e lasciare che gli altri accarezzino le nostre piaghe. (cfr Francesco, Vegli del 2 aprile 2016)

Il tutto riecheggia nel desiderio umano: Alcuni Greci si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea e gli domandarono: Vogliamo vedere Gesù (Gv 12,21).
Finalmente ci è mostrato nel Risorto dopo le incertezze e gli smarrimenti quello che, con più o meno consapevolezza, si è sempre ricercato quello che nel corso di tutta la narrazione evangelica si prospetta: l'incontro con Gesù il volerlo vedere e ricercare il suo incontro.
Un incontro che si fa evento nell'Eucarestia: evento che proclama la presenza salvifica della Cristo in mezzo al Suo popolo. Questa è la fede che possediamo. Questa è la fede per la quale viviamo. (Padre Pedro Arrupe)
Noi come cristiani, siamo in via. L'atteggiamento da assumere è quello di una umanità che cammina, che si muove verso... con lo stesso dinamismo di Pietro e Giovanni verso il sepolcro, e verso la Galilea per annunciare la gioia di questa esperienza.... Pellegrini, viandanti che come Tommaso, come quella degli altri primi discepoli, si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto.
La nostra fede si fonda proprio sulla solida e documentata testimonianza dei Vangeli e si trasmette nella lunga catena dei credenti che costituiscono la Chiesa. Penso ai genitori, ai nonni, ai catechisti, ai parroci, agli insegnanti, insomma quelle figure che ci hanno donato - non solo nozioni - ma una bella e semplice testimonianza di una fede che si fa gesto! Ricordiamo che Gesù chiama beati coloro che credeno per la testimonianza di altri. Anche se la nostra fede ha travagli e dubbi simili a quella di Tommaso. E' una beatitudine affermata da Gesù che completa e porta a compimento il discorso della Montagna che ha pronunciato come nuovo legislatore, nuovo Mosè...
La famiglia, la Chiesa, in questo incontro pasquale comprende che deve diventare il luogo in cui si sperimenta nell'Amore questo incontro. Ed il luogo previlegiato siete proprio voi care famiglie!
Non c'è possibilità di disperarci più e di avere timore. Il Cristo è presente. Continua ad essere presente anche nelle oscurità della vita. In Cristo la salvezza è assicurata. Dio si è rivelato nella storia come Misericordia ha voluto che questa Misericordia diventasse carne in Cristo e che questa carne nella storia si dilatasse in un corpo Misterioso che è la Chiesa (Don Luigi Giussani)
Cristo il Dio incarnato che ha condiviso fino in fondo la nostra condizione, è presente, malgrado l'umanità sia frantumata, la famiglia trascurata dalle istituzioni, messa in angolo, con una ipocrita attenzione ad altro, mentre si enfatizza l'individualismo pervasivo che crea solitudini e droga le relazioni, una condizione di nichilismo che par con una perenne risata mediatica, con maschere senza sguardi, affermare il trionfo del relativismo. Lo sappiamo: La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende ad essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno.(EG 67) Non possiamo però non riaffermare che Cristo passa vittorioso e illumina con la Sua presenza le ombre della nostra vita! Penso ai disagi delle famiglie, le nuove povertà e delle solitudini che l'attraversano, le ansie per i figli e per il lavoro! Dobbiamo muovere i nostri passi verso di Lui, il Cristo e sentirci compartecipi della Sua presenza. Il risorto è reale si lascia toccare da Tommaso, condivide il cibo con i discepoli eppure si mostra diverso sotto un altro aspetto perché in Lui il divino e l'umano sono intimamente connessi... uniti... La divina-umanità del Risorto ci chiama ad aver rispetto della vita e della nostra condizione di famiglia... Non possiamo non ricordalo a noi, alla Chiesa e a chi nella vita pubblica ha responsabilità verso questo istituto fondamentale...
Quando si ama davvero la vita, l'amore conduce ad un volto ad una persona. La natura stessa ci aiuta in questo procedimento attraverso l'attrattiva, l'affettività, uno stato d'animo che muove tutto l'uomo e la donna a stabilire un'alleanza per sempre, che abbia quindi un possibile futuro. La ricerca della felicità è autentica se non si richiude nell'egoismo ma si apra alla vita, alla paternità e alla maternità responsabili.
La situazione attuale del mondo - scrive Papa Francesco - «provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo». Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. (Laudato si,204).
L'analisi non deve scoraggiarci ma, nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato in cui si sperimenta la gioia del perdono. Della Misericordia - infatti - "Null'altro si potrebbe dire che una miseria raccolta nel cuore." (S. Agostino)
E’ all’interno della famiglia che ci si educa al perdono, alla tenerezza, perché si ha la certezza di essere capiti e sostenuti nonostante gli sbagli che si possono compiere.
Ricorda il Papa: Quanti volti ha la misericordia di Dio! Essa ci viene fatta conoscere come vicinanza e tenerezza, ma in forza di questo anche come compassione e condivisione, come consolazione e perdono. Chi più ne riceve, più è chiamato a offrirla, a condividerla; non può essere tenuta nascosta né trattenuta solo per sé stessi. E’ qualcosa che brucia il cuore e lo provoca ad amare, riconoscendo il volto di Gesù Cristo soprattutto in chi è più lontano, debole, solo, confuso ed emarginato. La misericordia non sta ferma: esprime una gioia contagiosa. La misericordia sa guardare negli occhi ogni persona; ognuna è preziosa per lei, perché ognuna è unica. (cfr Francesco, vegli del 2 aprile 2016)
Non perdiamo fratelli la fiducia nella famiglia: «E’ bello aprire sempre il cuore gli uni agli altri, senza nascondere nulla».
Cari sacerdoti, fratelli, la famiglia deve essere al primo posto della nostra agenda pastorale, la famiglia con le sue ferite, con le sue lacerazioni... con le sue fragilità e con la bellezza che da essa promana.
Malgrado che il processo di secolarizzazione tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo. Inoltre, con la negazione di ogni trascendenza, ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato, specialmente nella fase dell’adolescenza e della giovinezza, tanto vulnerabile dai cambiamenti... mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti, «ci sono coloro che presentano questo insegnamento, come ingiusto, ossia opposto ai diritti umani basilari. Tali argomentazioni scaturiscono da una forma di relativismo morale, che si unisce, non senza inconsistenza, a una fiducia nei diritti assoluti degli individui. In quest’ottica, si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale».
Viviamo in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello, e finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. (cfr EG 64).
Il Risorto a Pasqua ci invita invece a seguirlo con fiducia nella Galilea, nella vita, sulla nuova frontiera della pastorale che è proprio ancora e sempre la famiglia con le sue dinamiche, con le sue difficoltà, con le sue gioie e speranze.
Ci guidi la B. V. Maria, Regina della Famiglia!

† Sergio
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