Omelia Messa in Coena Domini

Omelia Messa in Coena Domini
OMELIA
MESSA IN COENA DOMINI
ARIANO IRPINO
BASILICA CATTEDRALE, 24 MARZO 2016

Fratelli e sorelle carissimi,
con il triduo sacro entriamo nel cuore dell’anno liturgico, la celebrazione del mistero pasquale di passione, morte e risurrezione del Signore, ma entriamo anche, oserei dire, nel cuore dell’Anno della Misericordia: è proprio nella donazione di Sé stesso che Gesù fa oggi nell’Eucaristia, domani - venerdì santo - dalla Croce, e all’alba della domenica vincendo la morte, che ci viene aperto il cuore misericordioso di Dio che salva l’uomo.
"Non c'è possibilità per noi disperazione e di timore. Il Cristo è presente. Nella presenza di Cristo la salvezza è assicurata. Non per ciascuno di noi, se ciascuno di noi si rifiuta; ma in sé e per sé, in atto primo, è già tutto risolto. Il Cristo è presente e nel Cristo Dio stesso è presente. E' presente l'amore infinito, è presente l'eternità dell'amore. E' presente il dono di un amore infinito ed eterno a tutta la creazione, che Dio che volle trarre dal nulla ed associare a sé."(Divo Barsotti, Pasqua)
Questa sera entriamo in punta di piedi anche noi questa sera con gli apostoli nel cenacolo, nella sala superiore, dove Gesù sta celebrando la Pasqua e contempliamo stupiti l’amore del Signore che mentre sta per partire dalla terra, compiuta la sua missione, non ci lascia qualcosa…ma se stesso nell’Eucaristia!
E’ la sera dell’addio. Siamo in una situazione di commiato. Pensiamo a due persone che si voglio bene. Vorrebbero stare sempre insieme ma il dovere le costringe a dividersi. Sognerebbero di restare sempre uniti ma non possono. E così, l’amore umano che è sempre limitato - per quanto grande - ricorre ad un simbolo: i due prima di lasciarsi si scambiano un ricordo - una foto. Non possono fare di più, perché il potere delle creature non è all’altezza del loro volere. Ma ciò che non possono fare le creature, ciò che non possiamo fare noi, lo può fare il Creatore che ci lascia non un simbolo….ma una realtà: se stesso nel sacramento. Sta per ritornare al Padre e pensa come restare; non lascia solo un regalo che richiami la sua presenza, un racconto delle sue gesta destinato ad affievolirsi logorato dal tempo, non una foto destinata a sbiadire e svanire… ma resta Lui, sotto le specie del pane e del vino: la realtà del suo corpo e del suo sangue. Non è andato via senza averci lasciato prima il mezzo per restare con noi. In forza delle sue parole divine creatrici: questo è il mio corpo – questo è il mio sangue il pane e il vino cedono il posto ad una realtà nuova: il suo corpo donato il suo sangue versato. “Donato” – “versato”….ci indicano anche la tragicità del momento: non una cena o un convito qualunque, ma un momento tragico nel quale Gesù anticipa il supremo atto di donazione che compirà il giorno seguente sulla Croce. Così nella Santa Messa, in ogni messa, la forza di quelle parole rende presente il sacrificio di Gesù a noi comunicato nell’Eucaristia.
Nell’Ultima Cena però, Gesù non solo perpetua l’offerta di sé e istituisce l’Eucaristia – sacrificio, presenza reale e comunione – ma istruisce anche il sacerdozio: coloro che ci donano l’eucaristia. “Fate questo in memoria di me”: possiamo dire con san Giovanni Paolo II che nell’ultima cena, nel cuore di Cristo è nata la vocazione di ogni sacerdote, lì, cari sacerdoti, diaconi, cari seminaristi, lì il Signore ha pensato a ciascuno di voi e a me quali suoi ministri. Quanto stupore innanzi a tanta bontà! Il Signore fa in modo che il pane del Cielo non manchi mai, fino alla consumazione dei secoli, a nutrici per il cammino della vita. Un movimento sorga spontaneo dal cuore in questa celebrazione e nella sosta adorante al luogo della reposizione stasera e tutte le volte che indugiamo innanzi all’Eucaristia: un grazie sincero per tanto incommensurabile amore!
Nell’ultima cena però, lo abbiamo ascoltato nel vangelo, Gesù compie anche un gesto insolito ma significativo per la comunità dei suoi discepoli, per noi: lava i piedi agli apostoli. Mi piace leggere in profondità questo gesto. Spesso lo si banalizza e riduce ad un invito al servizio…e all’umiltà….etc… Certamente! Ma quale servizio? Quale umiltà? Nella lavanda dei piedi Gesù ci fa vedere, oserei dire, la sua incarnazione e il suo donarsi nell’Eucaristia: questo è il servizio, il suo abbassarsi sulla terra fino a lavare il cammino dell’uomo – i piedi appunto – con il suo sangue. Nella lavanda dei piedi si visibilizza, possiamo dire, l’umiltà di Dio che si fa uomo, che si fa cibo, che si spoglia delle sue vesti divine per inginocchiarsi innanzi ad ogni uomo per servirlo. Questo chiede ai suoi discepoli: lavare i piedi, darsi come lui sulla croce, compromettersi, sporcarsi le mani…
Abbiamo in una sola parola che racchiude queste realtà sublimi sulle quali abbiamo meditato – Eucaristia, sacerdozio, lavanda dei piedi – il testamento di Gesù che è la sua stessa carità che chiede a noi.
Ringraziamento e desiderio di imitarlo: portiamo questo nella celebrazione stasera e nella visita al luogo della reposizione, l’orto del Getsemani, dove Gesù si prepara alla sua passione. “Restate qui, vegliate con me”…mai, fratelli miei, ci prenda il sonno: l’insensibilità per Dio e per il dono del suo amore.
Maria SS.ma, donna eucaristica, preghi per noi e per la Chiesa; ci aiuti e ci sia vicina in quest’ora della storia, ci aiuti a restare sempre vigilanti e ad aggrapparci sempre all’Eucaristia, nostra forza e sostegno nell’ora della prova. E così sia!

† Sergio
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