Venerdì 10 Luglio 2020 |

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Riabitare la città e i nostri territori: il discorso del Vescovo

Riabitare la città e i nostri territori: il discorso del Vescovo

Riabitare la città e i nostri territori

Riscoprire il senso di un comune destino

Cattedrale di Ariano Irpino (Avellino)

18 giugno 2020 - ore 17,30

 

Buona sera a tutti voi e grazie per la vostra presenza.

Introduco la mia riflessione con il salmo 126  dove vengono menzionate la casa e la città:

“Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori…”  ed è questo un tema fondamentale che ha che fare con l’azione politica e l’impegno sociale e, il salmista continua : Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode.”… un tema legato alla famiglia e ai problemi del lavoro, della comunità nel suo complesso…

 Giuseppe Lazzati – che fu rettore della Cattolica di Milano -  parla della “ città dell’uomo” con la quale si indicano le attività umane al servizio del bene comune …la centralità della persona e della sua dignità di lavoro e d’impresa …

Nella nostra Costituzione il lavoro occupa un posto di rilievo. L'articolo 1 recita: "L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce a tutti il diritto al lavoro. Va specificato che il "diritto al lavoro" (art. 4 Cost.) implica  anche l'intervento dello Stato - dei corpi intermedi - per rimuovere gli ostacoli e promuovere condizioni che consentano a chiunque di poter entrare nel mercato del lavoro per contribuire al progresso «materiale e spirituale della società» (art. 4 Cost.). Lavorando la persona si costruisce e cresce anche spiritualmente perché  il lavoro va inteso come un «atto creatore».

Siamo in un “cambiamento d’epoca”, anche  il lavoro è “cambiato” ed è in oggettive in difficoltà, bisogna darsi da fare per sostenere questa attività vitale per la nostra gente. Evitando i rischi  e la tentazione di approcci clientelari a questo naturale diritto…

 Durante i lavori della Costituente, Costantino Mortati propose di inserire il principio lavorista come diritto fondamentale, e lo pose accanto al principio democratico, a quello personalista e a quello solidarista. È da quest’insieme di principi che si definisce la dignità della persona umana come “valore madre” della costituzione stessa. Il significato di lavoro rimanda sempre al significato della dignità della persona, alla sua crescita personale, comunitaria, di inclusione e di coesione sociale.

Nella crisi globale causata dalla pandemia del COVID-19, ai timori per la nostra salute si è aggiunta la crescente preoccupazione per il futuro dell’economia, della città, delle famiglie, del territorio e le conseguenze su ciascuno di noi.

La tempesta ha evidenziato la nostra vulnerabilità, privandoci delle sicurezze con cui si sono costruite progetti ed abitudini. Ci è appare chiaro che abbiamo lasciare sonnecchiare ciò che ha dato forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta ha posto allo scoperto gli intenti di rimuovere, direi quasi dimenticare ciò che ha nutrito l’anima della nostra gente e i loro sacrifici. Registriamo come una incapacità di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, deprivandoci così di un reale futuro.

Con la tempesta sono venuti meno tutti gli stereotipi ed è lampante che non regge una pseudo-cultura di tipo familistico ...

Il Signore ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno in un tempo cui tutto sembra naufragare.(Papa Francesco)

Bisogna, pertanto, liberarsi dalla pletora di conflitti e interrogarsi su cosa abbia realmente bisogno la città e il territorio. Interrogarsi sull’umano che ha un respiro spirituale, sull’economia sostenibile, il lavoro, il commercio, la salute, la famiglia, la natalità, la scuola, i giovani, le povertà,  ecc …  Tema da svolgere con dedizione quale atto  di costruzione politica all’interno della società unita dallo stesso sogno del bene comune.

Se dovessi pensare un’immagine per dire come siamo messi, penserei alla nebbia che, certo non potrà mai nascondere i tanti elementi positivi e di speranza che ci interpellano sulle potenzialità di sviluppo che sono da  incoraggiare e da sostenere.

Nell’espressione «costruire la città a misura d’uomo», è presente il valore di un impegno cui ogni uomo non può sottrarsi senza perdere il senso del proprio essere uomo e poter venir incontro così alle attese di una città da cui prende vita e di cui è il proprio fine.

Quando si parla di «città», penso ad un territorio più ampio di quello urbano con gli indispensabili rapporti e aperture ad altri luoghi e paesi della stessa area, coscienti di una vitale relazione ed in vista dei una comune solidarietà.

La città è punto di partenza dell’uomo con la sua realtà spirituale, che è una realtà aperta, una zona franca. Realtà per la quale la «relazione con gli altri» è componente essenziale del suo essere e del suo divenire. È proprio questo processo di relazionalità, che parte dall’uomo e mira all’uomo, che mette in luce l’espressione il  bisogno di  «città dell’uomo a misura d’uomo». (Giuseppe Lazzati)

È attraverso una rete di «relazioni con gli altri» che l’uomo che cresce come tale. Una «relazione» sul piano orizzontale, quella familiare, sociale, lavorativa e, sul piano verticale, quella della trascendenza, di Dio che ha nella simbolicità, nello skyline delle Chiese, custoditi scrigni di fede e di cultura che hanno plasmato una comunità e che attendono la valorizzazione quale parte integrante di un territorio, di una memoria, di attrattive spirituali e di turismo…

Mi chiedo a quando un museo diffuso che interconnetta potenzialità di bellezza, di arte di cultura anche agroalimentare? Oppure si modulano sempre progetti e i bandi solo per occupare spazi?

Nella “città secolare” di Harvey Cox … vi è riportato un aneddoto emblematico:  un circo viaggiante viene colpito da un incendio c’è il pericolo che il fuoco si propaghi attraverso i campi ed attacchi il villaggio vicino… viene mandato un componente del circo ad avvisare i paesi vicini  del fuoco imminente ma, lo deridono e non gli credono fino a quando le fiamme distruggono anche quel villaggio… in un certo qual modo  è la condizione di chi non pone attenzione a quello che accade intorno a lui, ad un luogo  agli altri, ad una azienda in difficoltà, ad una città  mentre è un fatto che inevitabilmente coinvolge tutti …

La nostra mission è proprio riscoprire con determinazione il senso di un comune destino … e la relativa fatica senza demordere come è nel dna della nostra gente.

Necessitiamo come di una sorta di “Erasmus” di energie, di idee, di interscambi di aperture senza arroccamenti e barriere logiche di tempi ormai lontani anni luce … Va pensato e  condiviso un cammino in avanti evitando di trincerarsi, in  una specie di “hortus conclusus” con proclami e appelli a campanilismi divisivi.

Va impiegato piuttosto un coraggioso stile idoneo ad attuare collaborazioni tra settori e filiere di commercio e d’impresa, tra territori e paesi.

Valore fondamentale resta sempre il dialogo, con la massima chiarezza pur nella logica distinzione di opinioni affinché siano individuate le urgenze … mediante la condivisione e la conoscenza dei problemi,  con un pensiero chiaro, obiettivo e una analisi con interventi che facciano rifiorire la città …

 Infatti, le imprese che di fatto si possono aggregare devono adottare linee condivise a tutela dell’attività produttiva.

In questo modo si mostra capacità, senso di responsabilità di azioni basate sulla reciproca fiducia per continuare a garantire risposte e massima qualità, anche in tempo di crisi.

Al fine di fronteggiare la crisi, mi pare sia necessario adottare criteri di organizzazione, collaborazione e solidarietà, che risultano valide mediante aggregazioni per garantire alle imprese un futuro competitivo.

Le attività economiche per fronteggiare la crisi e restare competitive in un mercato dominato da grandi concorrenti, devono imparare ad aggregarsi per ridefinire il proprio riposizionamento riconfigurando sia dal lato qualitativo il prodotto e il servizio offerto, sia dal lato dell’inserimento in filiere più ampie.

La transizione verso modelli di business di collaborazione e di aggregazione tra imprese è fondamentale per affrontare la sfida dell’innovazione che l’emergenza sanitaria ha accelerato.

Per un cammino tra difficoltà che appaiono oggettive bisogna aver chiari due stati d’animo che si avvertono tra la gente, due condizioni:

-Che il tempo è veloce e stringente;

-noi siamo quelli che fanno accadere le cose.

Due condizioni che insieme sono l’unica condizione per trasformare il deserto  in una terra rigogliosa, è acquisire la reciproca fiducia, per il futuro che andremo a condividere.

Oggi la vita lavorativa è satura di incertezze. La politica è diventata in misura senza precedenti un tiro alla fune tra la velocità di movimento del capitale, della dittatura finanziaria e la funzione a rilento deli poteri locali …

Dice Papa Francesco “fare politica è martiriale perché bisogna perseguire l’ideale del bene comune”.

Non riusciremo a costruire un comune sentire e una pratica solidale nel nostro contesto sociale e le istituzioni senza introdurvi elementi di comunità. Il grande Aristotele non a caso diceva che a fondamento della politica troviamo l’amicizia. E Aristotele non risultava particolarmente pio, ma un attento scienziato della politica.

Questo il compito: costruire la comunità perché le società ritrovino un tessuto comune di relazioni umane.

Mi pare sia questo oggi il compito della politica e di chi si sforza di interpretarla e farla anche da credente. Senza patenti particolari in tasca, mettendosi con gli altri in ascolto dello Spirito; tenendo i piedi per terra facendo i conti con un mondo e una fase storica disordinati che rischia di travolgerci come un fiume in piena.

Perché proprio il disordine ci impedisce la tranquillità e la lucidità per pensare al futuro che è lavoro, una famiglia, uno stipendio, una casa, una città. Ma il  futuro è anche sogno, sogno di tutte queste cose, e  per chi è credente, è speranza.

Mancando queste condizioni assistiamo alla sparizione della politica tra le  contingenze del momento che ci assillano... Penso alla questione lavoro nei comparti più significati del nostro territorio che è sotto stress, messa a dura prova… Il lavoro nella forma classica del mondo dal quale naviganti nei flutti proveniamo, la forma del posto  non c’è più e appare anche non più praticabile…

In questo sta la serietà della politica che non blandisce illusioni  ma traccia strade percorribili di lavoro per la gente … con strumenti concreti certi e disponibili penso ai POR o al compito del Gruppo di Azione Locale…

(Il GAL che è uno strumento di programmazione che riunisce i potenziali attori dello sviluppo (quali Comuni, associazioni di categoria, imprese, istituti di credito, università, ecc.) nella definizione di una politica "concertata" orientata allo sviluppo del territorio. I GAL individuano le azioni da realizzare elaborando una Strategia di Sviluppo Locale (SSL) e, per la sua attuazione, gestiscono i contributi finanziari erogati dall'Unione europea.)

 Il compito è davvero gravoso e ,pertanto, chi ha ruoli sociali non può affannarsi per solo posizioni. … Diceva Don Sturzo: “lascia parlare ai fatti e più proficuo e convincente…” e di questo la politica deve farne tesoro…

Non è tempo di indifferenza, di silenzio. È un tempo che chiede  reciproco sostegno ed aiuto  per discernere insieme il futuro dei nostri territori.

Sappiamo che ci sono questioni non risolte che vanno affrontate …

La più stringente è mettere al primo posto  la riscoperta di quale sia il ruolo vocazionale della città e dei territori interconnessi …

Apprezzo quando si palesa la sincera volontà di mettersi insieme per tracciare una strada, un itinerario che faccia uscire dall’isolamento le nostre comunità, un percorso anche viario, che è  un altro stringente punto di domanda irrisolto al quale va data una risposta al più presto…

Mi chiedo anche possiamo assistere indifferenti all’esodo migratorio delle forze più giovani delle nostre comunità? Con i parroci ogni anno registriamo partenze irreversibili di tanti giovani dalle nostre comunità…

Il mio è un appello ad abitare la città. Ci sono almeno due modi di abitare: il primo è quello di una chiusura su sé stessi, che decontestualizza, isolando dal contesto in cui il luogo del nostro abitare si situa. Per quanto riguarda Ariano non è più accettabile lo stato delle vie d’accesso e di comunicazione che ne snatura la naturale geografia di cerniera tra i due mari, di terra di mezzo tra due regioni. Il secondo è, invece, quello auspicabile di un’apertura che ampli i confini visibili dell’abitare. Penso al ruolo fondamentale di raccordo che deve svolgere il progetto dell’alta velocità…

Dobbiamo aver coscienza di abitare una città accogliente, un territorio straordinario, con attività lavorative in oggettive difficoltà, il cui destino è comune, del quale deve farsi carico ciascuno, tanto più chi ha responsabilità pubbliche.

Urge un impegno comune che miri a custodire lo stile dell’abitare della nostra gente e riappropriarcene per un futuro di relazioni, di lavoro e di attività che creino condizioni per continuare ad abitare questi luoghi.

Questa città va amata quale parte integrante della vostra personalità. Voi siete piantati in essa: in essa saranno piantate le generazioni future. Quali responsabili del bene comune «… i costruttori non possono che essere i cittadini: tutti i cittadini, con i compiti più svariati: dai più umili ai più alti. quelli che portano le maggiori responsabilità, e quelli che compiono i servizi meno appariscenti» (Giuseppe Lazzati).

Ognuno di noi è chiamato a raggiungere il massimo di sviluppo umano possibile nelle situazioni in cui vive e ciò può accadere se si "umanizza" la città anche con un assetto urbanistico che recuperi il contesto del centro antico e valorizzi le periferie stratificate da avvenimenti destrutturanti (terremoti, etc).

Permettetemi di parlarvi da cittadino, senza pretesa di avere soluzioni. Certo, resto un cittadino a cui, con umiltà e spirito di servizio,  è consentito osservare le dinamiche sociali che attraversano la nostra realtà; vescovo, in greco, vuol dire proprio questo: colui che osserva, e che per questo può sorvegliare, custodendo. Da questa posizione, che non mi mette più in alto di nessuno, ma che mi espone forse più di altri a raccogliere istanze e bisogni, mi permetto fermare ciascuno di noi, richiamando ad una comune responsabilità per la città e il nostro territorio attraversato da una crescente difficoltà e da un incremento di povertà come l’osservatorio permanente della Caritas diocesana segnala quotidianamente, penso al compito responsabile del piano sociale di zona... A questo punto chiediamoci anche… ma conosciamo le diverse forme di povertà, presenti nella nostra città? Quelle che affliggono gli anziani, i disabili, i malati, i giovani… le famiglie e quelle disintegrate? Che tipo di intervento  concreto si è disposti ad attuare?

Da parte di chi ha l’onere di governare la città e i nostri territori interni si tratta di non smarrire il dovere di «rendere umana la comunità degli uomini» (Z. Bauman, Fiducia e Paura nella città, Milano, 2005) che non è responsabilità esclusiva dell’autorità o della politica, ma di ciascuno: le forze sociali, l’imprenditoria, i corpi intermedi, le strutture sanitarie che hanno avuto difficoltà nei giorni della pandemia, il commercio, le realtà educative, le strutture di accoglienza (alberghi, agriturismi, ristorazione, etc), l’agricoltura che con i suoi prodotti di eccellenza appare ancora priva di un progetto di sviluppo.

Tale situazione richiede, che ciascuno di noi è costituito in autorità, perché ciascuno di noi è legato al destino dell’altro da una corresponsabilità che non viene mai meno, anche se la si ignora.

Siamo come in ‘mare aperto’… «riconquistando concreti obiettivi da raggiungere a vantaggio delle realtà territoriali più emarginate di questa nostra parte di Paese» (La mezzanotte del Mezzogiorno, lettera dei Vescovi della Metropolia di Benevento, 13 maggio 2019).

Mi siano consentite alcune puntualizzazioni.

Anzitutto, è un’esigenza che non può più attendere: si è già troppo atteso. I nostri paesi si sono svuotati; i giovani sono andati lontano alla ricerca di possibilità per la loro vita; le famiglie hanno smarrito fiducia e hanno messo da parte i loro progetti.

Non si può continuare con il passo rivelatore che «Politica e società ormai sono due corpi paralleli. Non è più come un tempo, quando la politica … scaturiva dalla realtà sociale. Oggi la politica vive una dimensione a sé stante, segue delle logiche interne avulse da quanto avviene al di fuori del palazzo» (Giuseppe De Rita del Censis, Il Quotidiano del Sud del 22 maggio 2020), smarrendo quell’alta sua vocazione di essere “servizio” e “forma di carità”, come ricordava il papa Paolo VI.

 

Ci è chiesto un dinamismo: per questo, va accesa una luce, una collaborazione tra istituzioni, tra persone che hanno a cuore la città e il territorio.

La città di Ariano deve assumere il ruolo che le compete per storia, geografia e oggettive possibilità inespresse, senza vivere di ricordi di un glorioso passato.

Permettetemi di chiamarvi tutti a questa comune responsabilità.

 

Non c’è destino della ‘città’ distinto dal nostro destino

 

Più che di ‘abitare’, forse abbiamo bisogno di ‘ri-abitare’ la città, le nostre contrade, i territori; per fare questo è necessario acquisire la consapevolezza che il nostro destino è comune: non può distinguersi, non può separarsi. Se va a ‘fondo’ la città - intesa nel senso del territorio cui apparteniamo - andiamo a ‘fondo’ noi, le nostre famiglie, i nostri figli.

Non capiti anche a noi di essere contagiati dalla superficialità di quel contadino che dormiva nella stiva della nave e che, al compagno che lo sveglia allarmato perché il bastimento stava per affondare tra onde altissime, rispose sereno: «che me ne importa, non è mio».

Quale pastore della Chiesa che è “esperta in umanità” (Paolo VI) ho inteso accendere una luce, con una riflessione è nata tra flutti di una tempesta che ha coinvolti tutti, una riflessione che ho desiderato condividere avendo a cuore il bene integrale della nostra città, dei nostri territori, del futuro delle nuove generazioni.

Grazie e buon cammino!

Dio vi benedica tutti!

 + Sergio Melillo, vescovo

 

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