XXXVII Convegno Pastorale Diocesano “Abitare la città. Abitare la Vita”. Ariano I., 30 agosto-2 settembre. La lettera di convocazione del Vescovo

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Carissimi, siamo viandanti in un’epoca di sfide e di attese, «stranieri e pellegrini come i nostri padri» (cfr. 1 Cronache 29,15). Oggi, «nuove culture continuano a generarsi, il cristiano non vuole più essere promotore o generatore di senso, ma riceve da esse altri linguaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù» (Papa Francesco). Abbiamo sott’occhio una cultura inedita che progetta la ‘città’. Italo Calvino diceva che la città, la vita, sono intrise «di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato». Le nostre comunità ci hanno trasmesso un patrimonio notevole di fede, di cultura, di arte, di emigrazione, di lavoro da riannodare al nostro presente. Siamo cittadini di una realtà composita, fatta di antichi borghi. Con gratitudine incoraggio il lavoro pastorale nelle parrocchie, dei sacerdoti, dei diaconi, dei religiosi e di tanti laici. Mi viene da dire con Francesco De Sanctis: «La mente si volge a tutta una storia impregnata di grandi dolori e di grandi gioie, ho imparato più in questi paesi che in molti libri … non è più storia mia; è storia di tutti». Quando Papa Francesco ha comunicato il tema del sinodo «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», ho pensato subito che il Convegno di quest’anno non poteva che essere sul discernimento da compiersi insieme in continuità col convegno pastorale dello scorso anno. Siamo una generazione dove ‘tutto è connesso’, dove la dimensione sociale, antropologica, culturale è segnata da un processo di astrazione che impoverisce la vita. L’individualismo rischia di ‘avvitarci’ in un processo autoreferenziale, smarrendo la nostra genesi di testimoni di un messaggio che è frutto dell’incontro personale con il Vangelo. Il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes 46, chiede di prenderci cura dell’uomo «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana». In quest’arte di scoprire la volontà di Dio, la Chiesa deve accompagnare ciascuno non soltanto per capire se «cerca veramente Dio, ma se cerca il vero Dio, cioè se per caso non si è alla ricerca di un falso dio, di quel dio che porta in se stesso e che è un idolo»1. Una città è l’espressione di un progetto, pensato e attuato con altri. È possibilità d’incontro, dove una generazione narra all’altra le meraviglie del Signore (cfr. Sal 145, 5), ma anche di violenza, di fede o di idolatria. Luogo che vive di solidarietà fra persone che pongono la fiducia le une nelle altre, o può diventare spazio dove dilagano corruzione e ingiustizia. Il cristiano, perciò, esce da se stesso per abitare la società e portarvi un seme di speranza e di pace. Impariamo a coltivare degli ideali, a sognare insieme! Quando si sogna da soli si corre il rischio di risvegliarsi delusi e impauriti, ma quando si sta insieme, si vive in modo autentico. La via della perfezione cristiana comincia da un appello di Gesù che spinge a vivere la carità con giustizia. Troppo spesso «immaginiamo la carità come qualcosa che ci proponiamo di praticare, e che ci dà merito agli occhi di Dio»2, soddisfacendo un intimo bisogno di fare del bene. Una tale carità è immatura e, per certi versi, irreale. La vera carità è Amore, è il serio interesse per gli altri. In questo orizzonte penso, quindi, alle difficoltà di voi giovani a trovare una collocazione lavorativa, alle famiglie che perdono il contesto di «piccola scuola di vita» (Paolo VI) in cui, a volte, anche i rapporti tra genitori e figli, tra le generazioni sono ‘spezzati’ e difficili. La scarsa fiducia oggi si palesa nella fuga dai territori e in un calo della natalità. Si coglie come una rassegnazione che si traduce nella mentalità – direbbe Carlo Levi – del ‘niente’ e del ‘mai’. Il Sinodo ci ricorda che «Le società e le culture del nostro tempo sono segnate da alcuni snodi. Il loro continuo ripresentarsi ce li fa riconoscere come segnali del cambiamento d’epoca (…). I giovani li avvertono come fonte di nuove opportunità e di inedite minacce. (Una) ‘metamorfosi’ della condizione umana, che pone a tutti, e in particolare ai giovani, enormi sfide nel cammino di costruzione di un’identità solida» (Lineamenta, 51). Un’indagine dell’Istituto Toniolo ha acceso una luce sul rapporto tra i giovani e la fede. Emerge che esiste ancora un dialogo interiore dei ragazzi con Dio, ma la percezione del divino è spesso modulata in modo molto soggettivo. I ragazzi raccontano, con disarmante chiarezza, la loro fatica di capire il linguaggio della Chiesa e a partecipare alle sue liturgie. Ci dicono che il cattolicesimo è spesso confuso con una ‘pratica istituzionale’ e l’iniziazione catechistica alla vita di fede è sentita come un obbligo pesante, incapace di dare significato alle loro esistenze. Sono tutti segnali per ripensare la formazione alla vita cristiana nelle parrocchie. Ho avvertito tale esigenza anche nella straordinaria esperienza della giornata diocesana dei giovani a Montefalcone Val Fortore con tanti ragazzi delle nostre parrocchie sotto lo sguardo della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. È stato tempo prezioso che ho trascorso con i giovani, non solo a coronamento del cammino vissuto insieme in preparazione al sinodo ma, per riflettere sul futuro! Proprio il futuro lo affido nella preghiera al Signore, e chiedo ai voi giovani un ‘di più’ per pensare al futuro della nostra Chiesa: «casa aperta del Padre…. (quindi) Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo» (cfr. Evangelii Gaudium 47 e 49). Sono trascorsi cinquant’anni dal ’68. In quel marasma quella generazione voleva rielaborare il senso della vita, il bisogno di verità e di libertà. Oggi «Il disincanto verso le istituzioni può risultare salutare se si apre a percorsi di partecipazione e all’assunzione di responsabilità senza rimanere prigionieri dello scetticismo» (Lineamenta, 60). Vi esorto paternamente a non rifugiarvi nel privato tecnologico che isola e ‘scherma’ la vostra giovane vita! Voi giovani avete tanto da dire! Domande, speranze e sogni che a volte fanno a pugni con la realtà che sperimentate stretta, vecchia e faticosa. Sono con voi per incoraggiarvi a fidarvi di Gesù e della Sua Chiesa, la quale, seppure impastata di povertà e limiti, ha in sé il germe della grazia e della santità. Voglio incontrarvi, dialogare, ascoltare le vostre esigenze, le attese e condividere i vostri sogni. Il senso del mio invito ad “abitare la città” è proprio questo. Per Sant’Agostino di fatto convivono due città, nella cui intersezione si svolge la vicenda umana. Quella dell’amore e quella dell’odio, quella della giustizia e quella dell’ingiustizia. Le loro strade s’intrecciano, talvolta si sovrappongono. Noi siamo nel mondo a vivere come città di Dio nella logica del dono e la gratuità, a non essere degli a-storici, a vivere con i piedi per terra avendo lo sguardo rivolto alle cose del cielo (Cf Col 3,2)3. La questione sociale odierna è l’incontro con le nuove culture. Dalla capacità di valorizzare questi incontri evangelizzandoli si potrà edificare il nostro futuro ecclesiale e della polis. Città dice anche relazione e comunione. Nella storia la città ha sempre rappresentato sicurezza, un antidoto alla paura. Sin dai tempi dei villaggi medievali, l’uomo ha stretto alleanze solidali che hanno generato i paesi e i borghi che costellano la nostra terra. Oggi è, invece, paradossalmente la città, con le sue periferie a fare paura. È il luogo dove tende a verificarsi la rottura di ogni legame di solidarietà: l’altro non rappresenta più una risorsa ma un problema. Nel dossier della Caritas si evidenzia che la città contemporanea tende a coincidere con il suo sistema di funzioni, mentre si riduce fortemente il valore integrativo del luogo, distinguendo gli spazi in base alla loro funzionalità. Ha come delle «discariche» dove ci sono «vite di scarto»: i centri di permanenza temporanea, le carceri superaffollati, una urbanizzazione senza progetto, etc. Mi chiedo allora che spazio resta all’idea stessa di città, alla polis? Che spazio resta all’uomo? Prima di discutere di come si può contribuire a rendere più vivi i nostri contesti, dobbiamo chiederci che cosa davvero rappresentano. Abbiamo tanto bisogno di continuare a sperare, davanti alle difficoltà di tanti fratelli, alla mercificazione dell’umano, alle fragilità delle famiglie, alle preoccupazione del lavoro dei giovani e al travaglio di popoli che arrancano e che chiedono di essere accolti: «Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza». (Seneca) Il Papa in una catechesi diceva: «Ci vuole la speranza! Ci sentiamo smarriti e anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che questo buio non debba mai finire». Tuttavia, Cristo è la nostra unica speranza, una speranza che mai delude (Cf Rom 5,5). In attesa di incontrarci al convegno pastorale, vi benedico paternamente!+ Sergio, vescovo

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